Il sistema economico mondiale si è, ormai da tempo, globalizzato: rapportarsi a questo fenomeno come ci si potrebbe rapportare ad una malattia epidemica è inutile e, in buona sostanza, ingiusto.
La produzione di ricchezza nel mondo è in aumento già da numerosi anni; nei paesi “ricchi” è, invece (in modo che potremmo definire parallelo), in calo. Si tende dunque ad un livellamento.
In sostanza, mentre la Cina, l’India, il Brasile e altri paesi (che una volta venivano definiti “sottosviluppati”) crescono, l’Europa e gli Stati Uniti decrescono e, in gran parte, vivono una crisi economica profonda.
Proprio per questo, in un mondo con un’economia globalizzata, è assolutamente anacronistico pensare a soluzioni che abbiano un orizzonte esclusivamente “interno”. Questo non significa che quello che succede nel nostro paese e, in particolare, nel nostro mercato interno non sia importante; è invece fondamentale che la nostra industria (soprattutto la piccole e medie industrie, che sono alla base della nostra economia) possa contare su consumi interni in espansione. Per questo motivo, ad esempio, molti imprenditori lungimiranti avrebbero preferito una tassa sul patrimonio (che non avrebbe inciso in nessun modo sul “mercato interno”) rispetto ad un aumento delle imposizioni fiscali sui salari o alla riforma delle pensioni (al di là della colpevole disattenzione su gli “esodati”).
Tuttavia, quando un fenomeno si verifica (e non è certo un male per centinaia di milioni di persone), bisogna avere la capacità e la prontezza di comprenderlo e, se possibile, di cavalcarlo, anticipando quanti vorrebbero (e forse potrebbero) farlo con atteggiamenti imperialistici.
I paesi del “terzo mondo”sono stati, per secoli, terreno di conquista e di sfruttamento, oggi possono, e devono, essere terreno di sviluppo tanto per la loro che per la nostra economia. Può sembrare strano o persino contraddittorio, per chi interpreta l’economia come terreno di competizione, se non di scontro . Oggi l’economia, in particolare nei paesi occidentali, dovrebbe prima individuare e, poi, sviluppare al massimo tutte le possibili sinergie. Questo porterebbe indubbi vantaggi tanto al nostro interno che negli altri paesi.
La strada percorsa, in questi anni, dai nostri imprenditori, è stata quella, molto semplice (ma semplicistica e, sicuramente non lungimirante), di trasferire le proprie imprese nei paesi nei quali la manodopera costa meno (e dove, spesso, i governi di quei paesi danno agevolazioni di vario tipo).
Questo fenomeno (la “delocalizzazione”) non è lungimirante perché, nel giro di pochi anni (probabilmente, non più di un decennio, se si tiene conto della velocità con la quale si verificano, oggi, i fenomeni economici), le retribuzioni tenderanno a uniformarsi in tutti quei paesi verso i quali si dirigono preferenzialmente le nostre imprese e quelle degli altri paesi occidentali. A questo punto, finiranno i “vantaggi” e resteranno solo la lontananza, la carenza di servizi e l’instabilità di quelle economie e di quei governi. In sostanza, questa delocalizzazione “fai da te”, figlia di un liberismo estremo, non porterà dei veri vantaggi, nel medio e lungo periodo, né al nostro, né a quei paesi ( nei quali il costo della vita andrà progressivamente aumentando, senza un parallelo aumento delle retribuzioni medie); anche lì, in sostanza, aumenteranno le disuguaglianze sociali.
Al livellamento tra le economie mondiali, non corrisponde una tendenza al livellamento dei redditi delle famiglie e dei cittadini italiani. Un fenomeno, questo, diffuso in tutto il mondo (anche nelle economie emergenti, che in qualche modo ricalcano le economie occidentali). Le disuguaglianze stanno, al contrario, aumentando: ad un preoccupante aumento delle povertà corrisponde un grande aumento delle ricchezze.
Altro fenomeno, ma con origini analoghe, è quello che si verifica in una certa (ancora limitata) fascia dei nostri pensionati che, trasferendosi in quei paesi (anche con pensioni molto contenute, ma con un costo della vita che in quei paesi è, oggi, bassissimo), si possono considerare persino “ricchi”.
Della “globalizzazione”, che è una (ma né l’unica, né forse la principale) delle cause dell’attuale crisi economica, dobbiamo, invece, cercare di conoscere (e, in qualche misura, di prevedere) tutte le caratteristiche e attrezzarci per saperne cogliere tutte le potenzialità.
In questo quadro si collocano le scelte che dovremo fare, nel nostro paese, a livello istituzionale, politico ed economico. Scelte rinviate per troppi anni e che oggi devono essere fatte, certo con la necessaria gradualità e con le dovute priorità, ma in tempi molto stretti.
Le priorità sono certamente il rilancio dell’occupazione e dei consumi interni, con l’istituzione di uno strumento che abbia l’efficacia di una “moneta parallela” all’euro, ma che, tuttavia, non crei problemi rilevanti nei rapporti con la Comunità Europea, un’estrema semplificazione dei meccanismi burocratici che condizionano tutta la nostra economia e un sostanziale abbattimento del debito pubblico con un reale contrasto all’evasione fiscale e con l’utilizzo di quei capitali pubblici che oggi sono “congelati” (vedi voci relative).
Ma i temi sul tappeto e le priorità sono anche tanti altri, come la riforma del sistema bancario e del fisco (tema , una seria politica energetica insieme al rilancio delle energie alternative, lo sviluppo del turismo, il potenziamento (insieme alla razionalizzazione) della sanità pubblica, della scuola e della ricerca scientifica. Non si deve, poi, dimenticare la necessità di rendere realmente efficiente il sistema giudiziario e quella di creare i presupposti per un reale contrasto alle economie della criminalità organizzata.
Può apparire strano che i nostri politici sembrino non essere consapevoli di tante problematiche che, al contrario, sono ben note (e subite) dalla gran parte dei cittadini italiani.
Vi sono solo due spiegazioni possibili: o la gran parte dei politici sono profondamente ignoranti e vivono fuori del mondo reale (e probabilmente molti di loro sono stati “scelti” proprio per questo), o sono in malafede e, pur conoscendo bene queste realtà, hanno tutto l’interesse a difendere privilegi ormai consolidati. La reale differenza sta fra chi, semplicemente, vorrebbe far funzionare meglio (e conservare) gli attuali meccanismi sociali, politici ed economici, che hanno accentuato fenomeni come l’aumento delle disuguaglianze, dell’ingiustizia sociale, della corruzione (anche il Governo Monti ha dimostrato, in sostanza, di continuare a muoversi su questi binari); e chi ritiene, invece, che si debba ripensare, ed organizzare meccanismi politici, economici e sociali diversi e che, soprattutto, tutto questo vada fatto al più presto. Non è un caso (ma lo dicono i numeri di molti paesi europei e non) che le disuguaglianze sociali ed economiche (in ulteriore aumento nel nostro paese) fanno aumentare la fragilità delle economie nazionali.
Siamo tuttavia convinti che, in certe materie, ci si dovrà muovere, nell’attuale contesto politico ed economico internazionale, “con i piedi di piombo” e con la necessaria gradualità.
La proposta di una “moneta parallela”, ma non sostitutiva, all’Euro può sembrare in contraddizione con un programma che, su certi temi, voglia muoversi “con i piedi di piombo”.
Molto del dibattito politico, nella prossima campagna elettorale, sarà centrato, in modo esclusivamente strumentale, sull’Euro (su una eventuale uscita dalla moneta unica) e sul ruolo della Germania (in particolare quello della Democrazia Cristiana Tedesca) nel contesto della Comunità Europea. Argomenti che si prestano ad un facile populismo e che promettono di ottenere un notevole seguito (una partita che verrà giocata, in particolare, tra Grillo e Berlusconi). E’ proprio in questa area politica (tra i “Grillini”e l’astensionismo) che Berlusconi pensa di poter recuperare consensi.
Non vi è dubbio che l’entrata nell’Euro (con un cambio iniziale molto penalizzante per la Lira) ha creato, nel tempo, grossi problemi nel nostro paese, favorendo pochi e penalizzando i più. Tuttavia un uscita dall’Euro potrebbe essere, oggi, una medicina con più controindicazioni dello stesso male.
Quando meccanismi che potrebbero essere sostanzialmente semplici, come quelli economici, e che dovrebbero rispondere esclusivamente al criterio dell’utilità, vengono artatamente complicati e si fanno apparire come meccanismi determinati da un’entità superiore e indeterminata, vuol dire che sono stati attivati, in particolare nell’ultimo secolo, meccanismi che non hanno più al centro gli interessi delle persone ma quelli di altri e pochi.
Volutamente l’economia nazionale e internazionale la si vuol far apparire come un qualcosa in gran parte indeterminabile e solo in parte prevedibile, come le condizioni meteorologiche.
Questo potrebbe far pensare ad una regia intelligente; purtroppo non credo che, oggi, sia così. Molti meccanismi economici si sono, in qualche modo, auto-determinati come risultato di equilibri tra i potentati economici internazionali. Ma la sostanza sta nel fatto di essere assolutamente inaccettabile un sistema economico nel quale i rapporti economici e di lavoro tra le persone siano determinati non dalle reciproche utilità, ma da un’entità “altra”, lontana e indeterminabile (così come “altra” e lontana appare oggi l’Europa).
Se io sono in grado di fare qualcosa che a te serve e tu sei in grado di fare qualcosa che serve a me o a qualcun altro, l’unico strumento utile, se non necessario (per evitare lo “scambio in natura”), dovrebbe consistere nel determinare la moneta di scambio. E’ paradossale che su questo scoglio si incagli la nostra economia e quella di molti altri paesi europei. Quello che oggi manca (e non è casuale e inevitabile) è proprio la moneta di scambio. A cosa è dovuta, e a chi conviene, questa mancanza di liquidità? Alla Banca Centrale Europea? Ad un’ Europa Germania-dipendente?
Forse è dovuta ad entrambe, ma sicuramente non conviene a nessuno e, soprattutto non conviene ai cittadini italiani e a quelli di tanti altri paesi europei. Come difendersi da tutto questo, in attesa che un’Europa diversa (e con una Banca Centrale diversa) dia risposte efficaci e coerenti con il “bene comune”? A cosa dovrebbero servire se non a questo, almeno in modo prioritario, la Politica e l’Economia?
Nei paesi ad economia capitalistica si sostiene che il compito primario è quello di creare i presupposti per stimolare e supportare l’imprenditoria e gli investimenti di capitali nazionali e internazionali.
A questo proposito, per concludere questa sommaria premessa, è utile sgombrare il campo da un grande equivoco che circola nella politica e nei mass-media e inserire, con altrettanta forza, elementi ai quali non viene dato il necessario rilievo:
- è un “equivoco” sostenere che gli investitori internazionali siano spaventati prevalentemente dalla lentezza della Giustizia (che, pure, è un problema);
- in Italia abbiamo un costo dell’energia tra i più alti dei paesi occidentali;
- un costo lordo della manodopera tra i più alti (a fronte di retribuzioni nette tra le più basse);
- un peso della burocrazia talmente elevato da rendere qualsiasi iniziativa imprenditoriale praticabile (forse) con tempi talmente lunghi da comprometterne l’efficacia;
- un sistema sindacale eccessivamente “politicizzato” e in molti casi pervaso e condizionato da pesanti (e costose) strutture burocratiche;
- un sistema delle infrastrutture e dei trasporti talmente arretrato da far aumentare in modo rilevante i costi della produzione e della distribuzione;
- un sistema bancario arretrato e ottuso;
- il rischio, in molte aree del nostro paese, di pesanti ingerenze della criminalità organizzata.
Perché, dunque, si dovrebbe venire ad investire in Italia, quando vi sono tanti paesi dove non esistono tutte queste problematiche?
I problemi sul tappeto sono davvero tanti e interessano tutta la vita politica, economica e sociale del nostro paese: vediamo dunque i singoli temi, anche se in modo schematico e molto sintetico.
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